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Articolo in morte di Gandolin, pubblicato da Il Secolo XIX, 1906 (dal volume "Il Secolo XIX, 1886-1996")

"Malinconico addio a Gandolin – Si è spenta la voce del buon senso"

Vassallo nella sua Genova non ebbe che per brevissimo tempo, non desiderati, pubblici uffici ed ebbe un lungo dominio. Ed egli per Genova fece più di cinque sindaci e di dieci deputati: le salvò Palazzo San Giorgio e le creò il Consorzio del Porto. Era nulla, ma era una voce: gli altri balbettavano, egli parlava, ed era ascoltato perché pareva la voce stessa del buon senso. Sapeva udire quanto intorno si pensava, e la voce e il pensiero della folla si ripetevano e si intonavano dentro di lui.
Così era il giornalista ideale: a volte interprete, a volte guida. Negli ultimi tempi era un'ombra di sé, eppure trovò sempre la forza di sorridere ancora e di far sorridere. L'ultimo giorno che lo vidi, poche ore prima che si spegnesse, quando la morte pareva ancora nell'ombra, non già in agguato dietro il suo divano, miparlò della morte con gaiezza e mi raccontò barzellette. Mi parlò del suo male: tutte le malattie pareva si fossero date onvegno per tormentarlo. Alla nefrite s'erano aggiunti altri malanni. Lo vedete? Tutti gli zuccheri vanno giù, meno i miei, che son sempre in rialzo. Se fosse stato sicuro di non alzarsi più, nonostante l'assistenza materna e filiale della moglie che lo adorava, si sarebbe fatto trasportare all'ospedale per morire tra i poveri, come sua madre. Fu insomma quel giorno malinconico e gaio, leggero e profondo, spiritoso e meditativo. Fu Vassallo, insomma, ancora una volta Vassallo.
Poi, quando mi congedai, mi sporse il mignolo, l'intrecciò al mio mignolo, e disse ancora un motto di spirito su di sé, sul suo destino, sorrise di sé, mi sorrise.
E io lo vedrò ancora che mi sorride, come mi fece sorridere ragazzo quando non lo conoscevo, uomo, quando per la sua bontà mi dette la compiacenza della lode; lo vedrò sempre sorridere, perché egli fu uno dei sorrisi della mia vita, come fu un sorriso della vita per tutti quelli che gli furono vicini.
Morto non lo volli vedere. Non sorrideve più: non era più Gandolin.

Sabatino Lopez


Ecco Gandolin descritto da Matilde Serao:

Egli è un giornalista instancabile, pronto a lavori lunghissimi, pronto a ogni momento a partire, pronto a battersi in duello, pronto a tutto. Quando non c'è il cronista, lui fa la cronaca; quando manca l'appendicista, fa l'appendice: va alla Camera come al tribunale e fa un servizio di reportage eccezionale. Scrive quattro ore di seguito senza fermarsi mai, in mezzo ai rumori, al chiasso, all'andirivieni. Nei giorni di vacanza va in ufficio, si leva il soprabito, mette una spolverina di tela, si cinge il grembiale, si rimbocca le maniche della camicia, e fa una ripulitura generale dell'ufficio, levando la polvere, scopando, strofinando i mobili col petrolio. – In questa primavera, il giorno delle Ceneri, due deputati entrarono e lo trovarono in questa posizione: – Scusi, vi è il direttore? – gli chiesero prendendolo per un inserviente. – No – rispose lui tranquillamente – passate domani. Passarono l'indomani e lo trovarono seduto al posto del direttore.

Per la cronaca: Vassallo va in ufficio a mezzogiorno, n'esce alle quattro per pranzare, vi ritorna alle cinque, n'esce alle nove e mezzo per cenare; vi ritorna alle undici di sera, rientra in casa alle tre del mattino; dorme sino alle undici; non risponde alle lettere; non incoraggia i giovani scrittori; veste un po' all'artista; ama le teste bionde e vaporose; odia i poeti francesi; e guadagna quindicimila lire l'anno.


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