Mario PUCCINI 1887-1957

Mario Puccini

Nasce a Senigallia (Ancona, Italia) il 29 luglio 1887. Figlio del libraio e tipografo Giovanni Puccini e di Volumnia Antonietti, primo di sette fratelli, studia nel locale seminario e si iscrive alla facoltà di Giurisprudenza di Urbino, senza arrivare alla laurea. Influenzato dalla Scapigliaura e dal Verismo, a vent'anni dà alle stampe nel 1907 il suo primo libro "Novelle semplici".
Convince il padre a intraprendere l'attività editoriale, costituendo la Giovanni Puccini & Figli e pubblicando nel 1910 "I canti di Melitta" del professor Giuseppe Lipparini, conosciuto all'università. Accanto a titoli di autori prestigiosi (come Massimo Bontempelli, Federigo Tozzi e Luigi Capuana) pubblica la su raccolta di novelle "La viottola" nel 1912.
Nel 1913 si sposa con Alessandra Simoncini, di origine maremmana, giunta a Senigallia come insegnante di scuola elementare, e dall'unione nasceranno i figli Giovanni (1914-1968), Massimo (1917-1992, regista cinematografico noto come Massimo Mida) e Dario (1921-1997). Nello stesso anno si trasferiscono a Milano, dove lo scrittore fonda lo Studio Editoriale Lombardo, che dirigerà con Gaetano Facchi e Carlo Linati fino al 1919.
Collaboratore di riviste letterarie Poesia e La Voce, nel 1915 è richiamato alle armi e nel 1916 viene mandato sul Carso e sull'altopiano di Asiago, dove è ferito in combattimento. Dopo la breve convalescenza ad Ancona ritorna sul Carso, dove la sua brigata nell'autunno del 1917 viene travolta nella ritirata della 3ª armata fino al Piave. Nel frattempo scrive moltissimi articoli per riviste come Nuova Antologia e Il Mondo. Nel 1918 lascia la zona delle operazioni per Abano e infine Roma, dove a dicembre è congedato; gli articoli sulla ritirata di Caporetto pubblicati sulla Gazzetta del popolo sono raccolti nel volume "Dal Carso al Piave - la ritirata della 3° armata nelle note di un combattente" (Società libraria italiana, Firenze 1918).
Pubblica altri due raccolte dei suoi scritti sulla guerra, "Come ho visto il Friuli" (Roma 1919) e "Davanti a Trieste: esperienze di un fante sul Carso" (Milano 1919), mentre una nuova stesura di "Dal Carso al Piave", molto critica verso la conduzione di Cadorna e senza censure, sarà pubblicata soltanto postuma, nel 1987.
Si stabilisce con la famiglia a Roma e scsrive, nel ventennio, una ventina di romanzi (come "Viva l'anarchia" nel 1920, ripubblicato nel 1928 da Bemporad con il titolo "Quando non c'era il Duce") e raccolte di racconti, scritti con uno stile naturalistico decisamente opposto alla moda dannunziana. Pubblica anzi in Spagna nel 1927 il testo critico "De D'Annunzio a Pirandello: figuras y corrientes de la literatura italiana de hoy" (Editorial Sempere), che scomparirà con la vittoria dei falangisti e in Italia sarà tradotto soltanto nel 2007.
Ritorna a scrivere della Grande Guerra in "Cola" (1927, rititolato "Il soldato Cola" nel 1935 per la casa editrice Ceschina), una delle sue opere migliori, sfuggito alla censura fascista grazie a una dedica adulatoria a Mussolini.
All'intensa attività di scrittore aggiunge anche quella di traduttore di testi letterari spagnoli, dedicandovi anche articoli e un impegno divulgativo appassionato, con importanti monografie. Nel 1936 è invitato a Buenos Aires al Congresso mondiale del Pen Club, e viaggia insieme a Giuseppe Ungaretti, che ha conosciuto da editore diventandone poi amico in guerra.
Rimane vedovo nel 1940. Nel 1942 la sua casa romana ospita una cellula comunista di cui fanno parte Pietro Ingrao, Mario Alicata, Gianfranco Pajetta, Renato Guttuso e Carlo Lizzani. Il 2 dicembre i figli Gianni e Dario sono arrestati per antifascismo e saranno liberati nell'agosto 1943. Nel 1944 Gianni è nuovamente catturato nei giorni successivi all'attentato di via Rasella e anche lo scrittore viene arrestato e trattenuto come ostaggio, nel tentativo del regime di catturare anche il figlio Dario, attivo nei comitati direttivi della Resistenza romana. Lo scrittore sarà liberato con l'entrata in Roma degli Alleati il 4 giugno.
Dopo la guerra riprende a scrivere, ma soprattutto a curare nuove stesure dei suoi scritti precedenti, finalmente senza limiti di censura.
Accudito dalla governante Nella Nulli ritorna a Senigallia, poi si trasferisce a Formia e infine, nel 1956, con problemi di salute ma attivo come giornalista (l'ultimo articolo è pubblicato nel Giornale di Sicilia il 1° dicembre 1957), rientra nella capitale.
Muore a Roma (Italia) il 5 dicembre 1957.
 
A Senigallia, con il patrocinio della Fondazione Rosellini, si costituisce all'inizio del nuovo secolo un comitato di studi pucciniani che si occupa della raccolta e della ristampa critica delle opere di Mario Puccini.